Corro… ma più che andare ovunque vorrei restare
Scappo. Perché lo conosco. Perché protegge. Perché essere visti fa male. Ma poi c’è il silenzio. Una donna che non parla inutilmente, e io nel silenzio sto semplicemente seduto. Per la prima volta non ho dove correre. E forse… forse non voglio nemmeno.
Non so quanti di voi l’abbiano vissuto. Forse più di quanto ammettiamo.
Non sono uscito dal matrimonio perché lei fosse cattiva. Era brava, si prendeva cura, pensava ai bambini, faceva le cose per bene.
Ma accanto a lei ho smesso di respirare.
Da fuori sembrava tutto a posto.
Dentro imparavo a tenermi la bocca chiusa. A non dire troppo forte quello che sentivo, quello che volevo, quello che mi dava fastidio.
Ogni tentativo di verità finiva in un attacco, in un silenzio o nel sentirmi un egoista.
Così, col tempo, ho smesso di provarci.
Ho imparato a tacere, ad adattarmi, a sopravvivere.
Solo che quella non è vita. È un disfacimento lento.
E così me ne sono andato.
Avevo la sensazione di poter finalmente inspirare.
Niente spiegazioni. Niente colpa. Niente recita della famiglia che funziona, anche se si era già sfaldata da un pezzo. Ero solo e dicevo di goderne.
Solo che… a volte qualcosa mi prendeva di sorpresa.
Stavo seduto la sera nel silenzio e all’improvviso mi pungeva.
Non la solitudine. Ma una strana sensazione di vuoto.
Come se intorno a me ci fosse spazio, ma dentro niente.
Ho cominciato a dormire con donne diverse. Non da fighetto, ma da persona che ha bisogno di sentire la vicinanza.
Ma che non sa nemmeno tenerla.
Appena profumava di amore o di verità, o anche solo di interesse per me, scappavo.
Era troppo. O piuttosto mi ricordava da cosa ero fuggito.
Appena avevo la sensazione di dover qualcosa,… che qualcuno avesse bisogno di me,… di dover spiegare dove ero stato o cosa sentivo, dentro mi infuriavo, anche se lei non c’entrava niente.
Infurio. Taccio. Mi chiudo. Perdo la voglia.
E poi le scrivo che per me è troppo. Che ho bisogno di mettere in ordine le cose. Che non sono pronto.
Ma la verità è un’altra.
A volte mi sorprendo a fare esattamente quello che una volta odiavo.
Sminuisco le emozioni. Scherzo su cose che sono delicate.
Quando qualcuno cerca di lasciarmi avvicinare, mi ritiro nel ruolo di osservatore.
Sono spiritoso, a posto, indipendente, ma dentro sono spesso del tutto altrove.
Ho imparato a nascondermi anche da me stesso.
Al mattino o alla sera corro, lavoro, pianifico, faccio quello che si deve.
Alla sera apro una bottiglia di vino, o vado da qualcuno che non mi chiede niente.
Poi arriva la notte. Il silenzio e con esso l’ombra.
E quell’ombra dice: «E se finalmente smettessi di scappare?»
Ed è allora che l’ho incontrata.
Era uno di quei appuntamenti che prenoti più o meno per abitudine.
Le belle parole avevano funzionato, la promessa che sarebbe stato più di una cena era la mia motivazione.
Sapevo come funziona. Lo avevo già recitato tante volte.
Solo che lei era diversa.
All’improvviso mi divertivo davvero. Parlava di tutto, rideva, era vera e non recitava.
Non è arrivata con un’aspettativa, né con un salvagente...c’era e basta, ed era una presenza che non ti lascia andare.
Non ha detto nessun «so come ti senti».
Stava seduta di fronte a me, teneva il bicchiere con entrambe le mani e, invece di «allora, che si fa?», taceva.
E io all’improvviso ho sentito qualcosa riorganizzarsi nel corpo.
Come se volesse spararmi via, ma allo stesso tempo c’era qualcosa di nuovo.
Una piccola, fragile sensazione che non devo più.
Sono scappato tante volte. Da relazioni diverse, dalla verità, da un abbraccio troppo vicino.
Ma quella notte volevo che restasse.
Non ho dormito. Stavo seduto appoggiato al muro, la guardavo dormire e dentro mi ronzava.
Paura. Desiderio. Ricordi. E accanto a tutto questo qualcosa che per tanto tempo non mi ero permesso di sentire.
Silenzio. Presenza.
Al mattino volevo scappare, lo ammetto.
Mi è costato tutto quello che avevo, restare.
Ma sono rimasto. Ho fatto il caffè. Non ho detto nessuna promessa. Mi sono solo risieduto accanto a lei.
E lei non voleva niente. Solo presenza.
Questo mi ha disfatto.
Ed è proprio per questo che sapevo di doverci provare in un altro modo.
Eppure, nelle settimane successive sono stato assente, ho taciuto, poi ho parlato troppo, poi di nuovo scrivevo a un’altra, mi fissavo appuntamenti per il sesso, solo per verificare che potevo ancora filarmela.
Amo il profumo delle donne. Amo il sesso. Amo i momenti in cui non devo fingere.
Ma allo stesso modo amo la calma. Un posto dove posso togliermi l’armatura e dire che oggi semplicemente non sto bene.
E all’improvviso ho scoperto che più di ogni altra cosa vorrei essere di nuovo con lei...e rivivere quella sensazione di calma che non ho provato con nessun’altra.
È arrivata...
Forse però non sarà un lieto fine.
Forse mollerò di nuovo. Forse scapperò. Forse un giorno mi sveglierò e scoprirò di non riuscire a essere visto più di qualche settimana.
E so che sotto quello strato di anni di bugie in realtà bramo l’amore. Non il romanticismo, ma qualcosa di vero.
Una relazione in cui non devo essere «qualcuno».
Un posto dove qualcuno mi abbraccia senza che io debba spiegare perché.
Una donna a cui potrò dire la verità,… e non resterò solo per questo.
Per ora lo sto imparando, cosa significa davvero vivere nella verità senza giochi.
Per ora ho ancora voglia di filarmela, quando qualcuno mi vede sotto la pelle.
Per ora gioco ancora ogni tanto alla libertà, anche se a volte sotto la doccia mi appoggio con le mani al muro e dico ad alta voce:
«Così non lo voglio più.»
Quindi non lo scrivo da uomo finito.
Lo scrivo da qualcuno che, sulla strada verso di sé, si è perso qualche volta.
E a cui ha fatto bene, per la prima volta nella vita, ammetterlo ad alta voce.
Per la prima volta ne parlo senza recita.
Per la prima volta non lo scrivo per fare colpo, ma per non perdere me stesso.
E se qualcuno legge,… e si riconosce,…
forse proprio questo è l’inizio del cambiamento.
Calmory in chiusura:
Non tutti gli uomini sanno parlare di sé.
Non tutti riescono a restare, quando arrivano le emozioni.
Ma ognuno può cominciare da qualche parte.
Per esempio ammettendo:
«Corro, ma più che andare ovunque,… vorrei restare.»